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Nel bacino del Mediterraneo il rischioTsunami è sottovalutato


06 maggio 2008 | 08:09
“I paesi del Mediterraneo sono impreparati al rischio Tsunami”
Stefano Tinti, geofisico dell’Università di Bologna lancia l’allarme. "Non va dimenticato quello che accadde a Messina un secolo fa e anche sulle coste romagnole il livello di rischio è molto più alto di un tempo".

Dopo lo Tsunami del 26 dicembre 2004, che devastò le coste dell'isola indonesiana di Sumatra, il mondo intero ha scoperto un nuovo inquietante pericolo naturale. Un pericolo da non sottovalutare e da non considerare così lontano dalle nostre coste. I maremoti, in Italia, non sono sconosciuti e uno, in particolare, colpì in modo catastrofico le città di Messina e Reggio Calabria che, il 28 dicembre del 1908, si trovarono quasi completamente rase al suolo (Messina subì, ad esempio, il crollo di circa il 90% degli edifici). Eppure non sembra che le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo abbiano tutta questa urgenza di organizzarsi per creare una rete efficace di prevenzione. A lanciare un serio grido affinché il problema sia affrontato in modo attento e in tempi rapidi, è il professor Stefano Tinti, geofisico dell'Università di Bologna, che da un trentennio studia i terremoti ed i loro effetti ed, in particolare, i maremoti. “Le coste più esposte – ci ha raccontato - sono quelle più vicine alle sorgenti sismiche, visto che il fenomeno che scatena i maremoti sono i terremoti sottomarini. Guardando il Mediterraneo da ovest ad est, le nazioni più a rischio sono l'Algeria, che ha una zona sismica proprio a ridosso delle coste, l'Italia meridionale, in particolare la Puglia, la Sicilia e la Calabria, e la zona dell'Adriatico meridionale e dello Ionio, in pratica sotto il Canale D'Otranto, quindi Albania e Grecia”. Il vero problema è che i grandi maremoti, a differenza dei terremoti che creano problemi soprattutto nella zona dell'epicentro, “nascono” in un’area, ma interessano una zona molto ampia di mare. Un maremoto quindi può fare grandi danni anche a notevoli distanze, come è successo ad esempio nel 2004. “Di persona mi è capitato di vedere gli effetti di un maremoto nell’isola di Giava, nel 1994 – continua a raccontare il professor Tinti -. Piccoli villaggi totalmente distrutti, con le case di cui erano rimaste solo le fondamenta, da un maremoto prodotto da un terremoto, praticamente innocuo, avvenuto a più di 200 km dalla costa”.
Quindi le coste emiliano-romagnole sono lontane da eventuali epicentri?
Maremoti storici nelle nostre zone ce ne sono stati, però erano fenomeni di modesta portata. Ci sono ad esempio notizie di un maremoto nel 1875 a Rimini e Riccione con onde al massimo un metro e mezzo e a quel tempo non ci furono vittime, perché il litorale era vuoto. Adesso però la situazione è molto diversa. Le coste si sono riempite di case e ci sono momenti in cui le spiagge sono molto affollate. Quindi il livello di rischio è molto più alto di un tempo. La Pericolosità, cioè la probabilità del ripetersi di un evento naturale di grande energia, la si può ricavare dalla cadenza con cui il fenomeno è avvenuto in passato, ma la Vulnerabilità della zona è in continuo aumento. L'esposizione al rischio aumenta ad ogni casa costruita vicino al litorale.
Fino a dove potrebbe spingersi l'acqua? Quali sono i rischi reali che si corrono sulle nostre coste?
Nelle zone costiere della regione al massimo si può allagare la spiaggia. L’azione di un maremoto dipende però da una grande serie di fattori che rendono la previsione complicata, dal punto di vista idrodinamico. Può succedere, ad esempio, che la corrente che si crea salga lungo i canali e i fiumi. Una cosa fondamentale, però, è che si alzi la guardia senza fare del facile allarmismo, che non serve a nulla e crea solo confusione.
I paesi del Mediterraneo si sono aggiornati per prevenire questo problema? Che tipo di accordi internazionali andrebbero creati per evitare il rischio tsunami?
I paesi che si affacciano sul Mediterraneo si stanno organizzando, ma non sono ancora a punto per garantire un servizio valido ed efficiente. Detto onestamente non siamo ancora pronti per due motivi essenziali: la rete mareografica carente e un'organizzazione difficoltosa da creare. Dal punto di vista del monitoraggio sismico siamo a posto. Nel giro di qualche minuto siamo in grado di fornire ogni tipo di dato e di stima. Non c'è però una rete mareografica che leghi i vari territori in tempo reale. In soldoni, se si verifica un maremoto da qualche parte non lo sappiamo in tempo utile perché i vari mareografi non sono collegati in tempo reale. Non esiste una raccolta centrale delle informazioni soprattutto perché si sconta un ritardo dovuto al fatto che i dati di livello marino erano un tempo considerati sensibili dal punto di vista militare e venivano per lo più registrati da reti gestite dalle marine militari dei vari paesi che li divulgavano con qualche difficoltà.
Anche se la loro divulgazione potrebbe salvare diverse vite umane?
E' un grosso problema soprattutto dal punto di vista politico. Attualmente non sembra che questa cosa sia risolvibile facilmente anche se l'obiettivo che si sono posti i paesi del Mediterraneo è di creare un sistema d’allarme maremoti efficace entro il 2011, ed a questo scopo è stato istituito già nel 2005 un gruppo di coordinamento intergovernativo comprendente i paesi della zona euro-mediterranea in ambito Unesco. E' chiaro che dopo il maremoto di Stromboli nel 2002, a cui è seguito quello di Sumatra nel 2004, si è evidenziata l'urgenza di difenderci da questi eventi perché quando poi arrivano provocano catastrofi immani.
Che tipo di misure si possono prendere per evitare gli eventuali danni causati da un maremoto?
Anzitutto è bene chiarire che non siamo in grado di prevedere il maremoto in modo certo. Sappiamo però che la causa più frequente del maremoto è un terremoto, e i terremoti sono, anch'essi, imprevedibili. La conoscenza della causa, però, ci permette di anticipare l'eventuale tsunami. Possiamo dunque dire che se si registra un terremoto in mare, c'è un'alta probabilità di maremoto. Da questo punto in poi si può far scattare un allarme che metta in salvo le persone che si trovano nelle aree a rischio. Occorre quindi un'efficiente rete sismica che possa registrare il fenomeno in mare e che invii i dati ad un sistema di calcolo. I passaggi sono semplici e conseguenti: si localizza il terremoto in mare, si fa una stima della magnitudo (operazione che si fa in qualche minuto) e si valuta poi la probabilità o meno del maremoto. Si noti che non si ha la certezza che sia stato generato un maremoto, ma solo che sia più o meno probabile. La certezza si ha solo dopo che esso è stato registrato da una rete di sensori di livello marino, e per questo occorre più tempo. Un maremoto in Grecia, ad esempio, può metterci 40-45 minuti per arrivare in Puglia. Le attività di allerta, o tsunami warning, sono così conseguenti alle rilevazioni. Nelle aree vicine all'epicentro del terremoto potenzialmente tsunamigenico, il maremoto colpisce subito e in genere non si ha tempo di attendere i dati di livello marino. Si lancia un avviso sulla base solo dei dati sismici, pur sapendo che potrebbe essere un falso allarme, con l’avvertenza che la popolazione ne sia consapevole. Per le regioni lontane dall'epicentro del sisma marino, c’è tempo di allertarle dopo che il maremoto è registrato dai mareografi. La possibilità di un falso allarme è molto ridotta e si evita di creare panico inutilmente. In Giappone hanno educato la popolazione in modo molto preciso. La gente viene avvisata interrompendo le trasmissioni televisive ed hanno creato un vero e proprio linguaggio visivo anti-tsunami, con mappe divise in zone. La popolazione è bene educata ed è abituata a questo tipo di avvisi e quindi non si lamenta se l'allarme dovesse risultare falso. E, in ogni caso, l'avviso può essere lanciato solo da un ente autorizzato come la Protezione Civile, che garantisce in questo modo la validità di quanto viene detto.




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