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I grandi rischi della Basilicata

I GRANDI RISCHI IN BASILICATA
SISMICO - IDROGEOLOGICO- INDUSTRIALE
Arch. Francesco Pio Acito   Disaster manager
 
 
La Regione Basilicata è tutta immersa nella grande fragilità della penisola italiana.
Fino a 50 anni addietro, gli eventi interessanti dal punto di vista della Protezione Civile erano solo i fenomeni naturali e le guerre. Terremoti, grandi frane, alluvioni si sono sempre succeduti e qualche volta accavallati. Negli ultimi 50 anni le industrie e le infrastrutture esponendosi in zone pericolose si sono prepotentemente inserite ad accrescere la vulnerabilità del nostro paese.
Diventa sempre più necessario aumentare la nostra attenzione, per evitare di realizzare opere inutili, dannose e pericolose per se stesse, per noi e per l’ambiente.
 
RISCHIO SISMICO
La Basilicata è una regione tutta ballerina. Con storie e conseguenze diverse, nella nostra Regione, sono avvenuti numerosi terremoti di grande intensità ed alcuni definiti distruttivi nella zona epicentrale (lì dove il sisma libera in superficie la maggiore energia).
La memoria più recente è quella del terremoto del 21 novembre 1980.
Su di una area molto vasta che ha investito pesantemente la Campania e la Basilicata, in quel pomeriggio di domenica di 23 anni fa, sono decedute oltre 2000 persone, sono stati distrutti alcuni paesi, gravemente danneggiati centinaia di centri urbani, si sono subiti migliaia di miliardi di danni.
La Campania e la Basilicata verificarono il significato del termine solidarietà nazionale. Migliaia di Volontari affiancarono le strutture istituzionali nelle operazioni di soccorso alle popolazioni.   Nella nostra Regione sono oggi utilizzate diverse strutture realizzate con il contributo economico e di lavoro di Associazioni, Sindacati, Amministrazioni comunali di altre Città d’Italia.
Nella storia della Regione Basilicata c’è un altro grande terremoto.
La sera del 16 dicembre 1857 l’intera Italia meridionale fu scossa da un evento di tipo distruttivo. Nella Val d’Agri, con epicentro Montemurro, dopo una prima scossa pomeridiana di una certa intensità, l’energia sprigionata dalla faglia attiva, produsse una nuova lunga fortissima scossa che rase al suolo più paesi. Saponara, Montemurro, Sarconi, Villa d’Agri, Spinoso sparirono.
Nella area epicentrale vivevano quasi 70mila cittadini, in poche decine di secondi ne morirono oltre 9mila. Migliaia ieriti, diversa allora la capacità dell’intervento di soccorso. Le cronache dell’epoca narrano di episodi di solidarietà tra i cittadini sopravvissuti e della loro capacità di organizzarsi in assenza di qualunque tipo di soccorso immediato da parte dello Stato dell’epoca.    Il morente Regno di Sicilia valutò opportuno intervenire (con le possibilità e capacità del tempo) prima in Campania e percepì la gravità dell’accaduto in Val d’Agri solo dopo due settimane. 
Tutti gli interventi di ricostruzione ricaddero sui cittadini e sulle realtà locali, perchè anche negli anni successivi, le guerre (Unità d’Italia) assorbirono le attenzioni e le risorse dei governanti.
Gli scienziati valutano che la energia sprigionata dal terremoto della Val d’Agri nel 1857 sia stata almeno 5 volte maggiore di quella liberata nel terremoto dell’Irpinia del 1980.
Gli specialisti sanno, dalla lettura della storia, dalla maggiore conoscenza della dinamica della Terra, che i terremoti, come gli alieni, ritornano.    
Su quella stessa area, indicata con un colore più intenso dalle carte sismiche d’Italia, è assolutamente necessario porre grande attenzione.
Ridurre la vulnerabilità. Essere vigili. Organizzarsi.
I Comuni hanno il dovere di predisporre, con la diretta partecipazione dei Cittadini, i Piani Comunali di Protezione Civile. Occorre essere coscienziosi e quindi investire per adeguare gli edifici, eliminare le situazioni di pericolo, predisporre le aree di soccorso, rendere i Cittadini consapevoli di vivere in una area a grande rischio, responsabilizzarli, organizzare il Volontariato. 
Gli investimenti in tempo di pace sono i più seri e duraturi. Occorre valutare le cose da fare da subito e quelle da evitare. Leggere la storia, conoscere il proprio territorio, attrezzarsi per i momenti di difficoltà.
 
 RISCHIO IDROGEOLOGICO
Come i terremoti anche le alluvioni e le frane si ripetono.
Italia fragile, frane che interessano oltre il 70% dei suoi Paesi e delle sue Città.
Italia che può essere sommersa per oltre il 30% della sua superficie in quasi tutte le sue aree pianeggianti e nelle sue basse valli, lì dove sono il maggior numero di insediamenti residenziali, industriali, turistici. 
Italia dalla memoria corta.   Basilicata smemorata.
Eppure, secondo il Gruppo Nazionale Difesa Catastrofi Idrogeologiche (GNDCI), nella nostra Regione negli ultimi 80 anni si sono succedute più di 200 inondazioni e 1028 frane. Su 131 Comuni della nostra Regione, dal 1918 al 1994, ne sono stati investiti da inondazioni 58, coinvolti o sconvolti da frane 120 (Progetto AVI). 
I Comuni che subiscono gli effetti delle inondazioni sono prevalentemente quelli ubicati sulla costa, nelle parti terminali dei fiumi e quelli nelle parti basse delle valli. Le alluvioni più recenti e significative si sono ripetute il novembre 1944, il novembre 1946, i novembre 1959, il gennaio 1961, il gennaio 1972, il novembre 1976 con una identica caratteristica leggibile dalle isoiete (curve chiuse che indicano aree interessate dalla stessa quantità di precipitazioni) e con la massima precipitazione nelle parte della Basilicata più vicina al mar Jonio.
La particolare conformazione idrografica e geomorfologica della nostra Regione fa si che si inneschino fenomeni di crisi, frane e smottamenti, appena si superano i 50 mm. di pioggia nelle 24ore (Pisticci, Grassano, Senise, Bernalda, Montalbano).
Le inondazioni interessano migliaia di ettari nel metapontino quando la pioggia supera i 100mm/giorno. Diversi sono i paesi della Basilicata che hanno dovuto “spostarsi” perchè costruiti nel posto sbagliato, come per esempio Craco, Calciano, Garaguso; in quasi tutti gli altri le espansioni si realizzano in aree non indagate geologicamente e subiscono frequentemente danni e crolli; mentre anche i centri storici si “sfettano” in continuazione.
Un alibi per continuare a realizzare insediamenti nelle basse valli dei fiumi, esorcizzando le inondazioni, viene indicato nel possibile utilizzo di regolazione (laminazione) dei flussi idrici affidato alle dighe, ma questo non ha senso in aree dove le dighe non ci sono o quando le stesse sono già piene. Le stesse canalizzazioni realizzate dai Consorzi di bonifica, nulla hanno potuto, e nulla potranno, al ripetersi delle condizioni climatiche che hanno provocato le inondazioni degli anni passati. Proprio le dighe e la bonifica hanno profondamente alterato l’uso del suolo nella Basilicata, hanno sì prodotto incremento di reddito per l’agricoltura, ma hanno accelerato l’avvelenamento dei suoli, hanno cambiato il volto alla nostra Terra. 
Ridurre le situazioni di rischio. 
Diventa necessario, ovunque sia possibile, ed ovunque è possibile, praticare un uso rispettoso del suolo. Predisporre i Piani di bacino con valenza regolatrice, inibire gli insediamenti nelle zone sensibili (complessi edilizi per 150mila abitanti tra la statale jonica ed il mare e porti turistici alle foci dei fiumi), stimolare l’agricoltura biologica meno bisognosa di acqua, piantare alberi dappertutto. Tutti interventi dal basso costo di investimento, dall’alto tasso di occupazione e con maggiori sicurezze per il futuro.
 
INDUSTRIALE
Solo negli ultimi 40 anni in Basilicata si sono insediate aziende industriali legate alla chimica o connesse alla produzione di energia.   Le aree industriali di Potenza, Ferrandina, Melfi, Matera hanno pericolosità di livello diverso. Se il nucleo industriale di Potenza è permanentemente un produttore di fumi acri e pericolosi, Melfi lo è potenzialmente con l’entrata in funzione di Fenice. A Ferrandina gli scheletri di ferro di vecchie ed abbandonate fabbriche, nascondono migliaia di metri cubi di residui di lavorazioni e rifiuti tossici e pericolosi (amianto, PVC, PVCC, ect.) giusto nel letto del Basento. Il tutto mentre nei pozzi dismessi dopo la estrazione del metano ci si versa clandestinamente ogni tipo di rifiuti (indagine parlamentare sulle ECOMAFIE - Legambiente) ad inquinare le falde acquifere. Indichiamo solo tre casi emblematici di grave rischio industriale: il Centro di stoccaggio di residui radioattivi di Trisaia, il Centro Olii di Monte Alpi a Villa d’Agri, l’oleodotto Val d’Agri-Taranto.
A Trisaia sono stoccati migliaia di fusti contenenti materiali radioattivi provenienti dalla dismesse centrali nucleari italiane e da centrali attive all’estero (precedenti accordi con USA, Francia, Inghilterra) e residui o rifiuti radiottivi ospedalieri. Trisaia si trova ai margini di una zona sismica interessante, sull’argine naturale del fiume Agri quasi a spartiacque con il Sinni in una area interessata, tutt’intorno, da inondazioni storiche ed a questa situazione di grave esposizione sono da aggiungere i comportamenti criminali legati al ciclo dei rifiuti radioattivi messi in atto a Trisaia. 

Il Centro Olii Monte Alpi di Villa d’Agri sorge al centro dell’area dove si verificò il grande terremoto del 1857 (con valori Richter pari a 7 e Mercalli maggiore di 11), e si prevede il suo raddoppio oltre alla realizzazione di un nuovo stabilimento gemello a pochi kilometri.   Da Monte Alpi partono ancora oggi centinaia di camion/cisterne che portano il petrolio in diverse raffinerie per le successive lavorazioni e sono frequenti gli incidenti che provocano lo sversamento di molti metri cubi di greggio. E’ stato realizzato, a partire da Monte Alpi, un oleodotto che, dopo un percorso di 130 kilometri, congiunge direttamente i pozzi di petrolio con Taranto. Ebbene quell’oleodotto si sviluppa per la parte iniziale, circa il 30%, in zona sismica ad alta pericolosità; per il 50% in zona alluvionabile, lungo la statale jonica, già travolta più volte dalle inondazioni, e per tutto il suo tracciato in aree ad agricoltura intensiva.

Aziende a rischio industriale in esercizio. Nella area artigianale di LaMartella a Matera opera una azienda che produce espansi per le imbottiture del distretto del salotto, tra i componenti chimici di base ve ne sono alcuni che richiedono la predisposizione del piano di emergenza interno ed esterno per la tipologia di rischio previsto in diverse fasi della lavorazione (vedere il piano regionale). 

Se solo potessimo essere ottimisti, dovendoci fidare della infallibilità degli uomini che non sbagliano mai nella conduzione delle fabbriche e delle aziende, negli studi e nelle previsioni, dovremmo ridurre il rischio industriale quasi allo zero.
Ma la storia recente degli uomini non ci consente di essere troppo ottimisti. Bhopal, Cernobyl, Tree Mhi Island, Seveso sono recenti incidenti umani con gravissime conseguenze per la vita e la salute di migliaia di persone, e la natura non c’entrava niente. Se poi fossimo solo un po’ attenti ai fenomeni naturali, allora dovremmo seriamente preoccuparci per la incoscienza con la quale si bada solo al ritorno economico immediato quando si fanno “investimenti”. Accanto ai grandi rischi, viviamo le grandi illusioni. La crescita del P.I.L., l’aumento delle esportazioni, gli “investimenti produttivi”. Nascondiamo la realtà di una Regione fragile.

Su tutto questo emerge la necessità di non essere superficiali, di conoscere la storia della nostra Terra e della nostra Regione; di porre domande, di esigere risposte, di organizzare il Volontariato.




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